PREFAZIONE

    Le presenti lezioni di estetica sostengono la tesi: l'uomo è il luogo della manifestazione e dell'azione della bellezza; perciò una scienza del bello non può che essere una scienza normativa della sensibilità. Infatti come c'è un chiaro rapporto tra la logica e il vero, tra l'etica e il bene, così mi sembra si possa sostenere che c'è rapporto tra l'estetica e la sensibilità umana in quanto umana.

    Il sentire, che la bellezza risveglia e nutre, è la sensibilità primordiale della persona umana, data dal contatto, immediato e innocente, del nostro io personale con il mondo; e precede ogni valutazione o manipolazione. Non si tratta quindi della sensitività ed emotività, superficiali e spesso irruenti al punto da dominare la volontà e l'intelligenza, ma piuttosto di quel tenue compatire o simpatizzare che possono fare emergere in noi il sorriso o le lacrime d'una persona, il colore e il profumo d'un fiore, lo sguardo limpido e vivace di chi ha un cuore puro, una melodia che provoca silenzio o una visione che suscita ammirazione.

    La forza normativa dell'estetica è debole: è più evidente il beneficio che l'uomo riceve nell'accoglierla che il danno che subisce nel respingerla. La normatività estetica è quindi essenzialmente un invito ad orientare le nostre facoltà oltre l'effimero e l'immediato, verso quelle regioni dell'essere dalle quali la bellezza riceve la sua luce, il suo silenzio, il suo discreto offrirsi inesauribile.

    Stabilito il rapporto tra l'estetica e la sensibilità umana, si deve concludere che la bellezza ideale e la prima espressione artistica vanno cercate nell'uomo, naturale dimora d'una bellezza che viene alla luce, superando le resistenze del brutto, e di un'arte che si forma plasmando innanzitutto la corporeità umana, dallo sguardo alla parola, e dalla fisicità del gesto alla danza intesa come poesia del corpo.

    Prima però di tentare una riflessione e un pronunciamento sull'uomo, custode ed artefice della bellezza, cerco di scoprire come di fatto si manifesti la stessa bellezza dell'uomo in certi modelli di umanità. Con questo intento prendo in considerazione l'umanesimo e il rinascimento, il razionalismo e il classicismo, il romanticismo e l'impressionismo, l'espressionismo e l'astrattismo, privilegiando le arti figurative, per concludere con una sintesi storica costruita sull'arte della musica; emergerà così una forte analogia tra la perdita del volto e la perdita della tonalità. Da tale analogia prenderà corpo il significato metaforico che assumerà l'espressione |perdita del volto|.

    Dopo questa considerazione storica, oriento la riflessione sulla sensibilità primordiale umana in quanto umana, segno manifestativo dell'unità personale dell'uomo, per scoprire la nostra bellezza nel suo manifestarsi e nel suo plasmarci.

    Il discorso risulta quindi di due parti: un'esposizione di contenuti estetici storicamente affermatisi, il cui risultato è la constatazione della perdita del volto umano, analoga alla perdita della tonalità musicale, e una riflessione teoretica che cerca di rifare le saldature storicamente spezzate tra anima e corpo, tra sensazione e sensibilità, tra sentimento e ragione, tra bellezza e bontà, in una visione unitaria della persona umana.

    Nella nuova edizione ho fatto qualche piccolo cambiamento, rispetto a quella del 1993: ho fuso in un solo capitolo, sul valore della bellezza, le riflessioni sull'esperienza estetica e sulla bellezza sublime; ho poi raccolto una una terza parte alcuni approfondimenti sull'apporto dell'estetica nella formazione della persona e le note di commento sul giudizio estetico di Kant, che metto così a disposizione degli studenti in vista di riprenderle per ulteriore elaborazione.

 

Roma, 15 febbraio 1999.

Sante Babolin